25 aprile 2020
sfida ai fascismi
e alle destre illiberali

Il 25 aprile è tornato ad essere un evento politico, una cosa che molto divide. Cioè una data simbolica che delimita, indica una contesa ancora aperta sui fondamenti. E’ dal 1994 peraltro che la repubblica è entrata in una condizione di vuoto circa i suoi pilastri ideali-valoriali-costituzionali. La distruzione dei partiti tradizionali (una vera catastrofe storico-politica dalle conseguenze inaudite) portò allora al trionfo di una coalizione di forze estranee all’identità repubblicana. Una repubblica senza i suoi soggetti costituenti ha navigato a vista e tra cedimenti e riprese ha mantenuto nel tempo una parvenza davvero minima di continuità nell’ordinamento.

Di fatto la seconda repubblica è nata proprio con l’evento originario della demolizione dell’arco costituzionale determinato dal successo di formazioni estranee alle grandi politiche democratiche. La novità di oggi è che, nel fronte destro del sistema, la situazione è se possibile peggiorata rispetto al 1994. Allora il soggetto egemone a destra era rappresentato da Forza Italia, un non-partito aziendale che sbandierava un liberalismo a sfondo proprietario e disponeva di straordinari poteri di ricatto su tutti gli alleati costretti a un ruolo subalterno. La minaccia del berlusconismo consisteva nello svuotamento conseguenza di una strategia acquisitiva che dava lo Stato in appalto agli appetiti economici (il cosiddetto conflitto di interessi). Il tratto possessivo-aziendale prevaleva sull’intonazione politica della sfida illiberale.

Lo stesso partito erede del Msi aveva intrapreso, dopo il battesimo governativo, una via di normalizzazione nel segno di un conservatorismo non più nostalgico. Anche la Lega, contro “la porcilaia fascista”, partecipò alla marcia di Milano per la festa della Liberazione che si tenne subito dopo il trionfo di Berlusconi alle elezioni. Oggi l’alchimia della destra è profondamente alterata rispetto a quella di 25 anni fa. Il partito personale-aziendale è ormai in un declino irreversibile, le sue reti televisive alimentano la causa sovranista mentre in parlamento si cercano prove di “responsabilità”, e la formazione “afascista”guidata da Meloni è data in una costante ascesa, stimata vicina al 15 per cento. Il partito che fa da traino alla coalizione è quella Lega per “Salvini presidente” che mostra un profilo marcatamente affine a quello della destra più radicale, con ambigui rapporti con variegati potentati internazionali, una contiguità con i signori della sanità privata, con una condotta provocatoria (politicizzazione dello scontro sulla figura del papa, esibizione del rosario, riti di una religiosità paganeggiante).

La ossessione che in molti ambienti politici e culturali è condivisa, circa la gravità della minaccia scatenata dal “truce” contro la struttura valoriale di una democrazia minimale, poggia su basi incontrovertibili. Come contenere la penetrazione di una destra dal volto apertamente illiberale è un problema politico di primaria importanza. La novità di oggi è che la nuova destra, che incombe con una scarsa connotazione in termini di sensibilità liberale, è divenuta un fenomeno mondiale, quindi non più una pura anomalia mediterranea. Da Downing Street alla casa Bianca, dalle democrature orientali alle condotte sbrigative del potere brasiliano, dalla Turchia alle pratiche di stato di eccezione maturate sul Danubio, al comando sono ovunque leader che esibiscono senza remore venature autoritarie più o meno marcate. Quando oggi si parla di democrazie non si può ignorare che proprio alla guida della democrazia più antica si trova un personaggio sbrigativo come Trump che ha essiccato il costituzionalismo proprio nella sua terra di gestazione.

L’impoverimento sociale ancor più approfondito dall’epidemia, e la presenza egemonica in molti paesi di destre che non condividono i patrimoni del costituzionalismo novecentesco, conferiscono un peso obiettivamente inedito alla minaccia della destra radicale. L’entità della sfida portata dalle formazioni estreme ad una democrazia in profonda crisi attribuisce un significato politico più ravvicinato all’antifascismo e al 25 aprile. La contesa per arginare le nuove destre che vorrebbero “Il Piave” al posto di Bella ciao non si può esaurire nella semplice tenuta del governo debole. Servirebbe un’opera di recupero di radici sociali, e soprattutto un lavoro di ricostruzione di soggetti politici di massa con un progetto di socialismo. E qui però si avverte il buco nero, una mancanza che impone di abbandonare il reale per scivolare nel dover essere, con le impotenti invocazioni di un assente. Ma ciò di cui non si può parlare, si sa, (non)è un obbligo tacere.