Giornalisti sotto attacco
Time: difendere
la libertà di informazione

Sbatti il mostro in prima pagina. E visto che i mostri sono tanti, la rivista Time quest’anno ha preso un’iniziativa senza precedenti: non una, ma quattro prime pagine, quattro copertine. C’è quella con Jamal Kashoggi, trucidato il 2 ottobre scorso nel consolato saudita a Istanbul e quella di Maria Ressa, presa di mira dal potere nelle Filippine, c’è quella con le mogli di Wa Lone e Kyaw Soe Oo che mostrano le fotografie dei mariti condannati a sette anni di prigione in Birmania e quella con la redazione del Capital Gazette di Annapolis, Maryland, dove il 28 giugno un uomo armato irruppe uccidendo cinque persone. Storie e volti diversi uniti da un doppio filo rosso. Il primo è la stessa professione per non dire passione: sono tutti giornalisti. Il secondo è che tutti sono stati percepiti come nemici da rinchiudere, colpire, abbattere. Mostri, appunto.

Rompendo uno schema consolidato e ripetuto dal 1927 (il primo volto fu quello di Charles Lindberg), la rivista americana ha deciso di “eleggere” persona dell’anno non un uomo o una donna, ma un’intera categoria, quella dei reporter, dei cronisti, dei redattori perseguitati, imprigionati, spesso uccisi. Aveva fatto qualcosa del genere lo scorso anno con il movimento #MeToo: questa volta la scelta è ancora più forte e dirompente, perché sulla copertina della rivista non finisce un plurale senza volto, ma tanti volti singoli che raccontano vicende diverse e drammatiche accadute o che stanno accadendo in ogni parte del globo. E il messaggio è chiaro: il mondo dell’informazione è sotto attacco. E con esso il diritto dei cittadini di conoscere i fatti e le verità nascoste. Chi, come la stessa rivista fino a poco tempo fa, pensava che l’avvento di internet e l’evoluzione del citizen journalism avrebbero aperto la strada a una società più libera, trasparente e informata in tempo reale, deve ricredersi: il potere risponde con la stessa violenza e la stessa arroganza di un secolo fa quando i giornali si facevano col piombo e i computer non erano nemmeno nei romanzi di Jules Verne.
A farne le spese sono i professionisti dell’informazione, autori di inchieste serie, documentate, dunque scomode. Successe nel 2006 ad Anna Politovskaia, uccisa in una strada di Mosca dopo una serie di articoli in cui denunciava il regime di Putin per la violazione dei diritti in Russia e in Cecenia. E toccò nel 2017 a Daphne Caruana Galizia, trucidata a Malta da una bomba sotto l’auto in seguito alle sue inchieste sui capitali internazionali finiti nei paradisi fiscali di Panama e del suo Paese.

Ma la situazione, avverte Time, starebbe addirittura peggiorando, come dimostrano le storie delle quattro copertine scelte per raccontare l’anno che si sta chiudendo: non solo la vicenda terribile di Kashoggi, torturato, ucciso e probabilmente sciolto nell’acido all’interno di una sede diplomatica per le sue inchieste contro il regime saudita, ma anche quella meno nota di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, due giornalisti dell’agenzia Reuters arrestati in Birmania e condannati a sette anni di carcere per aver documentato le violenze contro la minoranza Rohingya. O Maria Ressa, giornalista filippina alla guida del sito di informazione Rappler che da anni riceve messaggi quotidiani di violenza e stupro o minacce di morte dopo le sue inchieste sul presidente Rodrigo Duterte e gli abusi della polizia nella campagna antidroga che ha fatto, nel 2016, circa ottomila morti. O ancora quanto accaduto in giugno a Minneapolis quando un uomo entrò sparando nella sede del quotidiano Capital Gazette uccidendo cinque dipendenti e richiamando alla mente quanto accadde a Parigi il 7 gennaio 2015 quando il sangue di Georges Wolinsky e di altri undici vignettisti e giornalisti si mischiò alle chine e ai pennarelli del settimanale satirico Charlie Hebdo.
Secondo Article 19, organizzazione inglese no profit per i diritti umani, sarebbero 326 i giornalisti finiti in prigione e 78 quelli uccisi nel 2017. Per il Committee to Protect Journalist i giornalisti assassinati nel 2018 sarebbero 45, ma il numero sale rapidamente a 70 se si contano gli omicidi non riconducibili a un movente accertato. Le zone più mortali, ovviamente, sono Afghanistan e Siria, ma la situazione sta precipitando anche in Paesi democratici e senza un conflitto in atto. Come ha scritto Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera “ci sono Paesi in cui uccidere un giornalista è facile come bere un bicchier d’acqua. Altri dove non lo è, eppure i giornalisti vengono uccisi egualmente”. Se finora l’allarme per i giornalisti era legato all’attività svolta in situazioni di alto pericolo, quelle in cui “si arriva quando gli altri scappano”, questa volta l’attenzione è rivolta a quello che accade in Paesi cosiddetti democratici. Tra questi c’è anche l’Italia: secondo l’osservatorio Ossigeno per l’informazione dal 2006 ad oggi ci sono stati 3660 casi di minacce a giornalisti di cui 133 nel 2018.


Da sempre gli autori di inchieste controcorrente e coraggiose devono fare i conti con le reazioni spesso violente delle persone coinvolte, ma quello che sta accadendo è una vera e propria escalation, dove i giornalisti vengono aggrediti e screditati ancora prima di scrivere e parlare. E’ quello che fa con metodica dedizione Donald Trump che, un giorno sì e l’altro pure, attacca i giornalisti definendoli “falsi”, “stupidi”, “fuori controllo”, “nemici del popolo”. O quello che ha fatto il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman presentandosi in conferenza stampa con un finto Kalashnikov con sopra la scritta “Per i giornalisti”, una “trovata” che richiama quella di Berlusconi quando a Mosca, in conferenza stampa congiunta con il suo amico Putin, fece con le mani il gesto di chi spara con un mitra per commentare la domanda scomoda di un giornalista.
Nell’ideologia dilagante dell’uomo solo al comando i giornalisti vengono interpretati come un pericoloso intralcio nella costruzione metodica di un rapporto diretto con il pubblico elettore. La libera informazione smette di essere un bene prezioso previsto e difeso dalla Costituzione per diventare, nel migliore dei casi uno strumento per allargare il consenso, nel peggiore un potenziale nemico da controllare o addomesticare.

Alla luce di queste considerazioni le uscite poco felici dei rappresentanti del governo italiano assumono un aspetto ancora più inquietante, come le parole pronunciate lo scorso 13 marzo dal futuro ministro dell’Interno (e vicepremier) Matteo Salvini entrando nella sala stampa del Parlamento europeo per commentare i risultati delle elezioni in Italia: “Se a qualcuno non piace il risultato elettorale può andarsene”. O la dichiarazione rilasciata da Luigi Di Maio il 10 novembre scorso (dunque già in carica da mesi come vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico) alla notizia dell’assoluzione di Virginia Raggi: “Il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono degli infimi sciacalli”.

Un concetto rinforzato dalle parole di Luigi Di Battista, figura di riferimento dei Cinque Stelle anche se tecnicamente “lontano dalla politica”, che dal suo buen retiro in Guatemala definì i giornalisti “pennivendoli e puttane”. E non è un caso che il Presidente Mattarella lo scorso 4 dicembre abbia trovato il modo di ricordare a tutti che “il pluralismo informativo è un valore fondamentale per ogni democrazia, che va difeso e concretamente attuato e sostenuto”. Un richiamo caduto nel vuoto se due giorni dopo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel presentare i tagli all’editoria fortemente voluti dal Movimento Cinque Stelle, abbia scelto di pronunciare queste parole: “Fnsi e Ordine non rappresentano nessuno, solo loro stessi e la piccola casta dei giornalisti”.
Chissà se tra un impegno e l’altro i due vicepremier Salvini e Di Maio, il sottosegretario Crimi, ma anche il guatemalteco Di Battista, troveranno il tempo di leggere l’articolo di Time. In realtà basterebbe una occhiata rapida alla copertina, anzi alle quattro copertine dell’anno per capire che le loro parole, non solo si inseriscono all’interno di una tendenza globale crescente e pericolosa, ma rivelano una precisa scelta di campo. Perché con l’aria che tira è evidente che il mondo si divide sempre più tra chi l’informazione la difende e chi decide volutamente di attaccarla. Vie di mezzo non ce ne sono. Non più.