1919: con “L’Ordine Nuovo” di Gramsci
la cultura operaia si fa cultura d’Italia

Cento anni fa, il 1° maggio 1919, usciva a Torino il primo numero de “L’Ordine Nuovo”. Una “rassegna settimanale di cultura socialista”, come recita il sottotitolo.

Molti anni dopo, Vincenzo Bianco, ripercorrendo quel giorno senza riuscire a nascondere l’emozione, dirà:

“Il 1° maggio 1919 andai a prendere il pacco come tanti altri eroi, dopo pranzo, mi recai alla festa.  A quei tempi la celebrazione del 1° maggio a Torino, si svolgeva in due momenti: al mattino si faceva il comizio in Corso Siccardi, davanti alla sede della Camera del lavoro; nel pomeriggio l’incontro era presso la Casa del popolo di Borgo Vittoria-Madonna di campagna. C’era un vasto spiazzo per il gioco delle bocce e un grande salone e, di solito, parlava lo stesso oratore che aveva tenuto il comizio in centro. Riuscii a vendere tutte le copie del giornale senza difficoltà; perché era un giornale fatto diversamente dagli altri, trattava problemi diversi da quelli di un quotidiano e veniva incontro al bisogno di imparare”. (Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, a cura di Mimma Paulesu Quecioli, Feltrinelli, Milano 1977, p. 28).

A riprenderlo in mano oggi, in quel numero si condensano gli elementi propri dell’intera pubblicazione: un’attenzione verso le questioni del dibattito filosofico coevo, le condizioni politiche, la letteratura sociale e di denuncia, la tradizione socialista e la cultura operaia, la sensibilità verso gli elementi della cultura politica delle avanguardie letterarie e i temi della politica internazionale con uno sguardo particolare agli Stati Uniti.

Quel primo numero rappresenta una sintesi significativa di argomenti, discipline, autori, contesti, figure e culture che saranno una costante nei 65 numeri del settimanale che escono tra maggio 1919 e dicembre 1920.

A guidare quell’impresa un giovane inquieto, Antonio Gramsci, e con lui altre tre figure. Due poco note, almeno in quel momento (Umberto Terracini e Palmiro Togliatti) una invece, molto nota nel mondo socialista torinese, Angelo Tasca.

Quei giovani hanno molte caratteristiche che alimentano la loro inquietudine: sono animati da uno spirito di scissione, si riconoscono in una cultura spuria e irregolare che coniuga insieme teorie ortodosse e modelli organizzativi per niente rigidi; sono attenti alla sfera del sociale. Soprattutto hanno chiaro che «fare come in Russia» non significa l’esportazione di un modello e di una tattica, ma ricerca delle forze motrici, conoscenza del terreno, valorizzazione del tessuto organizzativo di base. Insieme un rifiuto del riformismo e del suo costituirsi come “prima società” che si vanta di controllare i settori forti e responsabili del proletariato e di non sporcarsi le mani con la massa dei disorganizzati, dei “teppisti” e degli analfabeti della politica. “L’Ordine Nuovo, rassegna settimanale di cultura socialista”, inizia le sue pubblicazioni il primo maggio 1919 con questo bagaglio di idee e di progetti.

La guerra è finita da poco, ma profonde sono le ferite, fisiche, psicologiche, intime. In quella temperie molte cose sembravano possibili. “L’Ordine Nuovo” è progettato, anche per questo, perché improvvisamente sembra per davvero giunto il tempo di dare forma al sogno, o, almeno, di provarci.

Per provarci, tuttavia, occorre avere un’inquietudine non solo e non tanto esistenziale, ma soprattutto culturale. Occorre non accontentarsi, mettersi in cerca, sollecitare voci anche di realtà lontane, diverse, da cui apprendere. Ma anche avere la consapevolezza che altre tradizioni e altre competenze, di solito percepite con diffidenza, comunque ravvisate come avversarie o indifferenti, sono essenziali di fronte alle sfide del processo di accelerazione e di modernizzazione indotto e conseguente alla guerra.

“L’Ordine Nuovo” settimanale è l’ultima propaggine (insieme alle riviste gobettiane) di una stagione particolare della storia degli intellettuali in Italia. Una stagione che si inaugura con “Leonardo” e “Il Regno” nel 1903, prosegue con “Hermes” nel 1904, “La Voce” a partire dal 1908, con “L’Unità” di Gaetano Salvemini, con “Lacerba” nel 1913 in parte con “Utopia” di Mussolini (novembre 1913).

Le riviste che avevano segnato le tappe della discussione pubblica a partire da “Leonardo” erano fortemente in lotta con il proprio tempo. Hanno alcune caratteristiche che ritroveremo costanti in quelle esperienze: sono animate da un gruppo di intellettuali – spesso più vicini ai 20 che non ai 30 anni – che hanno profonda la volontà di trasformare le realtà del proprio tempo, avvertono la crisi dei valori ottocenteschi, producono o accettano, comunque diffondono nuovi valori. Soprattutto presentano alcuni tratti propri dell’intellettuale moderno: da una parte sono scrittori che esprimono una cultura militante e impegnati nella ricerca di una concreta adesione alla vita del proprio tempo; dall’altra hanno tutti l’idea di contribuire alla formazione di una nuova classe politica. La procedura è intervenire direttamente nelle questioni del proprio tempo e di farlo dentro l’agone della discussione politica ovvero di proporsi come interpreti e operatori del e dentro il proprio tempo.

Fin qui di potrebbe dire nessuna novità. Eppure “L’Ordine Nuovo” si distingue da queste esperienze perché la sua personalità culturale il suo ambito di discussione e di confronto non necessariamente è il solo quadro italiano. A differenza di tutte le altre riviste, comprese le riviste gobettiane, “L’Ordine Nuovo” è un periodico che propone sistematicamente alcuni nomi di intellettuali non italiani e che proprio in forza di quei nomi propone scenari, temi, questioni.

C’è il fascino e anche la passione per l’America. Non è un gusto esterofilo attratto dallo stravagante. Stati Uniti vuol dire modernità, conflitti, attenzione alla grande realtà industriale di New York e di Chicago, ma vuol dire anche attenzione ai movimenti politici e soprattutto alle forme di lotta sindacale. Infine, vuol dire anche letteratura. Non è casuale la ripresa di Walt Whitman, un autore che in Italia arriva la prima volta nel 1900, poi lo ripropone Giovanni Pascoli, ma dentro una riflessione che è solo attenta al verso. Perché Whitman acquisti una diversa dimensione dove conta soprattutto l’elemento esistenziale, occorre che si avvii una diversa lettura della sua lingua. Lo stesso vale per l’attenzione a ciò che avviene in Francia, attraverso le pagine di Rolland, una delle firme non italiane più frequenti del settimanale, ma soprattutto con la realtà sociale e culturale degli intellettuali del gruppo di “Clarté”, la prima forma di movimento politico-culturale degli intellettuali, in cui troviamo Barbusse (verrà in Italia in primavera e “L’Ordine Nuovo” ne promuove incontri e diffusione dei suoi scritti), ma soprattutto al cui interno inizia ad emergere la figura dello storico Albert Mathiez i cui scritti cominciano ben presto a ritrovarsi sulla scrivania di Gramsci. E Mathiez rimarrà un importante riferimento per Gramsci: a partire dalla comparazione tra rivoluzione francese e rivoluzione russa, lo storico francese lo stimolerà a ridefinire categorie come “giacobinismo”, a ripensare il nesso tra città e campagna e le differenze tra Occidente e Oriente.

 

david bidussa