Giovani e anziani
la prova d’autunno

Sono due soggetti sociali dell’autunno che avanza: i giovani e gli anziani. Le loro sorti sono al centro di una trattativa che (dopo tanti rifiuti al dialogo) si è aperta tra governo e sindacati. E qui si gioca anche la partita di quella sinistra (fuori o dentro il Pd) composta da chi si batte per il superamento di crescenti e drammatiche diseguaglianze sociali. Non solo per raccattare i voti necessari nelle prossime consultazioni elettorali. Soprattutto per ritrovare un’identità dispersa, perduta.

Qualcuno considera questo panorama autunnale, gonfio di nuvole d’ira, una specie di rebus facilmente scomponibile, proponendo di punire gli anziani per favorire i giovani, scatenando una guerra generazionale insensata. Il problema è che le sorti degli uni sono spesso intrecciate alle sorti degli altri. Pensate ad esempio alle numerose famiglie dove anziani pensionati fungono da “ammortizzatori sociali” rispetto ai nipoti. Oppure pensate alla composizione dell’esercito dei precari.

Non sono più solo ragazzi e ragazze. Annota Claudio Treves, segretario del Nidil Cgil, il sindacato dei lavoratori atipici, senza posto fisso: “E’ cresciuta negli anni una popolazione, non più solo di giovani, che ha intrattenuto rapporti di lavoro brevi, discontinui, o continui con poche ore (part-time involontario in tantissimi settori dei servizi e del terziario) e che si ritrova oggi ad avere montanti previdenziali scarsi ma età non più giovanile”.

Certo tutto questo avviene mentre l’Istat predica un giorno si e un giorno no, cifre ottimistiche, un lentissimo ma significativo andamento della ripresa produttiva. Cifre consolanti ma non è la luce che appare in fondo al tunnel. Sotto rimangono innumerevoli donne e uomini in sofferenza. E’ stato magnificato l’avvento di una nuova era, cosiddetta “postfordista”, quella della fine del posto fisso. Ciascuno avrebbe abbandonato il cartellino da timbrare ogni giorno, per tutta la vita. Avrebbe cambiato spesso lavoro, previa adeguata formazione, per nuove avventure, nuovi uffici, nuovi macchinari. Con spazi vuoti, tra una mansione e l’altra, ma riempiti da corsi accelerati e da redditi assicurati.

Era pronta la parolina inglese: Flexicurity. La “mobilità” protetta, un viaggio con tutele garantite. Non è andata così. Qualcosa si muove certo, ma a passi di lumaca. Soprattutto era un “Iter” che aveva bisogno di una forte crescita produttiva. Aiutata da una politica di investimenti, anche pubblici. Invece si è puntato tutto sulle norme del lavoro, sul Jobs act, come se le difficoltà degli imprenditori fossero superabili rendendo più facili i licenziamenti. Fatto sta che per il secondo trimestre del 2017 certo si parla di aumento degli occupati (78 mila) ma con un boom (8 su dieci) di contratti a termine. Ovvero possibili futuri precari. Molti se ne vanno. É stata in questi giorni la Confindustria a denunciare la fuga all’estero degli under 40. Con un costo, come perdita di capitale umano, pari a “un punto di Pil l’anno”. Solo nel 2015 “14 miliardi di euro”. É quello che Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, ha definito uno spreco di talenti.

Ecco perché difficilmente la grande maggioranza di giovani e anziani potrà condividere la persistente ondata di ottimismo. Anche di fronte a un’altra notizia che ha fatto sussultare: la pensione ai giovani. Addirittura c’è chi l’ha denominata “salvagiovani”. E’ nata per iniziativa di Stefano Patriarca, un tecnico preparato e che lavora con Marco Leonardi a Palazzo Chigi. Come è noto l’avvenire pensionistico dei giovani d’oggi è disastroso. Ed é assai positivo che si sia almeno cominciato a porre il problema. Con una formula un po’ macchinosa e non facile da spiegare. Come racconta lo stesso Patriarca, la proposta si rifà a quanto aveva stabilito il lontano governo presieduto da Lamberto Dini quando si era lanciata la nuova riforma delle pensioni basata sul “contributivo”. Verrebbe così corretto il peggioramento introdotto dalla Fornero. Quest’ultima aveva infatti corretto in peggio.

La nuova norma prevederebbe la possibilità, a chi possa averne diritto in base al montante contributivo accumulato, di godere di una pensione pari a 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale da integrare con una quota dell’assegno sociale medesimo, fino a portare l’importo complessivo a circa 660 euro. Attualmente l’assegno sociale è di 448,07 euro, moltiplicato 1,2 volte dà 537 euro. La Fornero aveva portato il coefficiente a 1,5, e addirittura a 2,8 in caso di pensione anticipata. Un passo avanti, dunque, che però, come sottolinea Claudio Treves, “non affronta il vero problema posto dal sindacato, ossia la necessità, ferma restando la cornice del metodo di calcolo contributivo, di rispondere al tema dell’adeguatezza delle pensioni a fronte di carriere fragili e discontinue”. Ha affermato il segretario confederale Cgil Roberto Ghiselli: “Noi chiediamo di costruire un sistema in cui si dica ai giovani: guarda, se tu t’impegni lavorando o comunque facendo formazione, stai sul mercato del lavoro. E tutto quello che versi – anche contributi fragili, perché magari fai una collaborazione, lavori a part time, sei pagato con i voucher – ti sarà comunque valorizzato, non andrà perduto e sarà considerato nel caso tu non abbia una pensione adeguata”.

Stefano Patriarca non nega i limiti della proposta, facendo presente che in un seminario a cura del Pd, tenutosi a luglio di quest’anno, era stato presentato su queste tematiche un elaborato più consistente. Resta il fatto che anche il pur modesto tentativo di “salvagiovani” non riuscirà, ammette Patriarca, ad entrare nella prossima legge di stabilità.

E qui siamo al punto. Le richieste di giovani (e spesso non più giovani precari) non trovano gli interlocutori necessari. La stessa cosa può dirsi per i pensionati anziani e soprattutto per le donne. Qui ci si confronta su un nuovo meccanismo di rivalutazione, sull’innalzamento dell’età pensionabile legata all’aspettativa di vita, sul problema del lavoro di cura delle donne. Un aspetto quest’ultimo che riguarda tante operaie, tante impiegate che in sostanza compiono due lavori, uno a casa e uno fuori casa. Avrebbero perciò diritto a due tipi di contributi pensionistici. Cosicché anche la data del loro pensionamento dovrebbe essere ricalcolata.

Ecco, vengono al pettine nodi sociali enormi. Per portare davvero la luce in quel profondo tunnel in cui é ancora sprofondata l’Italia. Ha avuto modo dire Ivan Pedretti, il segretario dello Spi-Cgil, commentando il confronto col governo: “Sentiero stretto. Non ci sono le risorse. Limiti di bilancio. Sulle pensioni un governo di ragionieri non sta rispondendo ai problemi di centinaia di migliaia di persone. Non va bene. Il confronto deve andare avanti ma deve anche produrre dei risultati. Come dico ormai da qualche giorno se non ci saranno, è bene lavorare tutti insieme e unitariamente alla mobilitazione”. Così comincia l’autunno del lavoro. Speriamo che la stessa fermezza dichiarata per i lavoratori anziani pensionati (larga parte della forza sindacale organizzata) valga anche per i giovani atipici e precari e (in larga misura ancora da conquistare al sindacato).