La donne in Rai sono desaparecidas

L’immagine delle donne così come è rappresentata dalla Rai è cosa da Anni Cinquanta. Siamo al “bella ma oca” o giù di lì. Stereotipi a profusione. La realtà è altrove.

La foto (impietosa) è voluta per legge: il Contratto di servizio che lega la Rai al Ministero per lo Sviluppo economico prevede infatti anche di “valorizzare la rappresentazione reale e non stereotipata della molteplicità di ruoli del mondo femminile… eccetera, eccetera, eccetera…”. Così ogni anno viene realizzato un monitoraggio ad hoc delle trasmissioni. Che viene reso pubblico. Quasi sempre. Quest’anno no.

Con tutti i guai che ha la Rai… Con tutti i guai che ha la Rai ha anche questo: se il racconto della realtà è troppo spesso visto attraverso lenti deformanti, l’affezione del pubblico va altrove e il pagamento del canone è sempre più vissuto come un balzello indebito ed estorto. Non basta Fabio Fazio (che, tra parentesi, ospita pochissime donne) a garantire la sopravvivenza della tv pubblica, come ha invece incredibilmente sostenuto la presidente Monica Maggioni.

Quest’anno il monitoraggio sulla rappresentazione femminile alla Rai, però, più che per i contenuti – sempre deprimenti – fa caso a sé perché è “desaparecido”. Dopo che per molti anni era stato affidato all’Osservatorio di Pavia, quest’anno la gara è stata vinta da un altro istituto, l’Isimm, e la ricerca è stata effettuata da docenti esperti di “gender media studies” dell’Università di Roma Tre, Enrico Menduni, Elisa Giomi e Marta Perrotta: doveva essere presentato in pompa magna – così veniva detto – a metà maggio. Poi è slittato. Poi c’è stata la crisi di vertice. Poi si è dimesso il direttore generale Campo Dall’Orto. Poi è arrivato il nuovo direttore generale e super-presenzialista Mario Orfeo, che tra un impegno con la stampa e l’altro non ha evidentemente tempo per occuparsene… Ma la ricerca non doveva essere pubblica? Lo è, è sul sito Rai. Magari non troppo appariscente, vero, ma è sufficiente digitare una manciata di slash (/), un po’ di underscore (_) e un po’ di numeri a casaccio, e voilà: http://www.rai.it/dl/docs/1492171115958Monitoraggio_figura_femminile_2016__Ministero_DEF_.pdf. Che ci vuole?

A questo punto non resta che mettersi le mani nei capelli, perché si scopre che ci sono stati anche dei tg considerati in violazione del Contratto di servizio Governo-Rai per il “potenziale effetto di normalizzazione della violenza di genere”, che la programmazione è intrisa di “sessismo benevolo”, che anche ai giovani – nelle trasmissioni più “spregiudicate” – si propinano “stereotipi convenzionali”. E quando si arriva alle schede di analisi si scopre che spesso e volentieri alla Rai si usa un linguaggio scorretto sulle donne, volgare o offensivo (5,4% dei programmi), c’è una esibizione del corpo femminile “a sproposito” (16,3%), ci sono comportamenti di derisione o umiliazione della donna (7,3%). E, forse, alla fine la cosa peggiore è proprio la rappresentazione della donna, vista soprattutto nel ruolo domestico (la mamma tutto-fare) piuttosto che per le sue capacità professionali. E il “punto di vista” femminile? Non c’è.